ECCO L'INCIPIT DI MARCO BALZANO Stampa
Scritto da Elisabetta   
Martedì 13 Novembre 2018 09:43

Quando è squillato il telefono ero a casa a tradurre. Fuori il sole abbrustoliva la città deserta. Il silenzio delle vie lo faceva rimbalzare più forte contro i muri, l’asfalto, i cartelli stradali. Mi sono affacciato alla finestra a fumare e il fiato si è accorciato ancora di più. Ho guardato per tutto il tempo la saracinesca del bar di Sergio. La sera prima l'aveva abbassata fino a farla sbattere sul marciapiede, facendo sfollare dai tavoli di plastica gli ultimi ubriachi, me compreso che senza accorgermene mi ero scolato cinque Campari. Poi aveva tirato un sospiro di sollievo e attaccato con soddisfazione un foglio: “ci vediamo a settembre”. Gli ho fatto notare che è la frase che dicono i professori agli alunni rimandati e allora lui ha prima sorriso e poi sbadigliato. Anche quel 27 luglio ho allungato il ritorno a casa. Al posto che i soliti trenta passi ho girato attorno alla Villa. Ormai è qualche anno che il parco della Villa la notte resta chiuso. Verso le dieci e mezza il comune spedisce una coppia di vigili in bicicletta, che con le chiavi in mano minacciano i barboni di chiuderli dentro. I barboni non si scompongono. Li guardano dall’alto della loro barba zozza e dei loro due litri di vino in cartone, scuotono la testa e poi si girano di lato. Ho fatto il giro largo, come quando avevo Teddi, un collie che è morto mangiando il veleno dei topi. Io e Teddi giravamo dentro la Villa, la sera tardi e il mattino presto. Lui si faceva una corsa, pisciava sotto qualche quercia maestosa e ce ne tornavamo a casa. Se lo stesso giro lo facevo di giorno i bambini non lo lasciavano in pace un momento. Dopo di lui ho preso un coniglio, Catullo, ma non è la stessa cosa. Dopo non è mai la stessa cosa. Siccome tutti i cancelli erano chiusi ho girato tre o quattro volte intorno alla Villa come un metronotte. Man mano che smaltivo la sbronza sentivo più freddo sulle spalle. A un certo punto nel cielo si è aperta una feritoia di luce arancione, che in fretta è diventata rosa. Allora mi sono avviato verso via Osculati, dove abito. Una casa di ringhiera che affaccia su un'altra casa di ringhiera. A sinistra si vede il parco, sotto il bar di Sergio. È un orizzonte un po' angusto ma ci ho fatto il callo.

Mi sono messo a tradurre con il mal di testa. Mi sembrava il modo migliore per reagire allo strazio che è diventato il mio lavoro. Prima traducevo i romanzi di Nick Job, alcuni classici americani e negli ultimi anni anche qualche spagnolo in odore di Nobel. Avevo a che fare con le metafore. Stavo ore a rigirare un periodo come fosse un calzino. Mani sulle tempie a scegliere un sinonimo. Ora invece “i tempi sono cambiati”, dicono in casa editrice.

Devo essermi appisolato sulla scrivania. Verso le dieci mi sono stropicciato gli occhi e ho ripreso seduta stante a lavorare. Poi mi sono preparato un caffè. Avrò tradotto un'altra decina di pagine, non di più. Stavo traducendo un libro di dessert di una scrittrice del Thennesy, un'autrice di romanzi rosa che per giustificare la sua progressiva somiglianza a un cetaceo del Pacifico e il prosciugamento della sua vena creativa si era data a raccogliere ricette di dessert e a corredarle di brani tratti dai suoi romanzi. Un caso esasperato di egocentrismo e glicemia. Nei momenti di stallo tornavo a guardare la sua foto in copertina, che la nuova stampante mi aveva sputato sul vassoio a una velocità pericolosa. Sorrideva giuliva all'obiettivo, addosso un vestito nero aderente con allacciato in vita un grembiule coi ricami. Cucchiaio di legno da una parte, libro dall'altra. Un'ostentazione sfacciata del difetto nella speranza paradossale di negarlo. Per ripicca verso il mio editore ho dichiarato un uovo di meno alla Puddle cake. Mi sono bevuto un secondo caffè in una tazza da latte, l'unica pulita. Il lavello e il secchio della biancheria da lavare, verso la fine del mese, tracimano sempre. Poi l'1 arriva Maria, una filippina alta un metro e mezzo che riordina e deterge fino alla morte dell'ultimo acaro. Quando torno a casa il primo del mese resto sempre imbarazzato sulla soglia e alla fine me ne vado da Sergio a mangiare un panino perché mi sembra irrispettoso sporcare. Conseguenze di un padre sindacalista.

Dopo il caffè mi sono riaddormentato sul divano. Non mi sono nemmeno tolto le scarpe. Il silenzio assordante che arrivava da fuori per un attimo mi ha spaventato. Mi sono risvegliato a ora di pranzo, ma in nome dell'incontro col dietologo che avevo nel pomeriggio non ho toccato cibo. Ho continuato a lavorare col computer sulle ginocchia, anche se poi sotto ho dovuto mettere un cuscino perché mi scottava le gambe.  Avrò tradotto altre cinque o sei ricette, poi all’improvviso mi è tornato in mente quell'idiota del mio editore e ho sbattuto lo schermo sulla tastiera, deciso a farmi una doccia gelata. Proprio mentre l'ho sbattuto è squillato il telefono.

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Novembre 2018 09:44